Associazione culturale
MUSICA, TEATRO E TRADIZIONE
POPOLARE
Via Garibaldi, 6 39100 B o l z a n o
CENTRO DI RICERCA
SULLA CULTURA POPOLARE DEL SUD ITALIA
RICERCHE SULLA TRADIZIONE
POPOLARE DEL SUD ITALIA
Tutto il materiale fotografico
e i documenti in copia delle ricerche è
possibile richiederli , scrivendo una e-mail a info@musicateatro.it , previa
autorizzazione del Presidente l’Associazione
Culturale, riguardo l’utilizzazione
dello stesso.
Si è cercato di
percorrere i sentieri dell’antropologia,
della storia della cultura, della tradizione popolare (anche al plurale, se
vogliamo, ma esiste un fil rouge che lega le culture, anche se non crediamo al “concordismo” à la Dumèzil), arrivando
però poi sempre alla “prassi”, che è il momento della creazione artistica, della musica, della danza e del
teatro (nel senso ampio e non specifico del termine). Ecco allora che i sentieri della “pizzica” e della “taranta” si legano,
seppure per “coeur” o comunque con lunghe giravolte ( non gimkane, però ) a quella della grande tradizione sciamanica, a quella dei
dervisci etc.. Ma la ricerca sul tarantismo tarantolismo
non può fermarsi qui: la
musica è anche
musicoterapia,”medicazione” (nel senso ovviamente nobile e
alto del termine), chance aperta
della
ricostruzione-ricostituzione dell’ unità bio-psichica, di cui ognuno di (noi volens-nolens) è “fatto”. Ecco allora che uno specialista
quale Claudio Garofalo, musicoterapeuta (appunto) ci spiega il che e il come
della musicoterapia e del suo
farsi-attuarsi, fornendo esempi ben concreti e probanti. Ed
ecco, ora, in occasione dei tramonti d’inizio estate, l’ inveramento di
tutto questo, in alcuni straordinari appuntamenti, di cui nessuno di noi/voi
potrà non tener conto.
Invece dei " lendemains qui
chantent”(domani che
cantano) degli splendidi oggi,domani sul crinale del giorno, in quella
condizione ( i tranelli d’inizio estate,
quando i giorni sono i più lunghi dell’anno) in cui, come nel midi” mezzogiorno provenzale, sorgono i grandi senhal, parola forse d’origine araba, che indica le insorgenze, le apparizioni, le evocazioni, i
miraggi, i sogni.
Prof.
Eugen Galasso
Mito,
danza rituale, musica evocativa: la tradizione popolare.
Renato
Sclaunich
…”Egli
cominciò, allora, a cantare un inno dicendo:
Gloria a Te, Padre.
E noi, girando in cerchio, rispondevamo: Amen.
Danza di rendimento di grazie.
Vorrei suonare il flauto; danzate voi tutti.
Amen.
Tutto in Cielo partecipa alla danza: Amen.
Chiunque non danza, non sa quel che avviene.
Amen
Da questi versi tratti dagli atti apocrifi di
San Giovanni si può cogliere come la musica fin dalle origini
della vita sia sempre
stata associata alla divinazione e al culto:
con il Cielo si identificava il senso
del tempo, collegati alla Terra erano
invece
spazio e ritmo. Attraverso la percezione delle
idee l’uomo
condivide con il Cielo la creatività; mentre la Terra rappresenta ciò
che è stabile, una porzione di spazio ove agire il
corpo, la realtà. La Terra cioè il ritmo,
vede la sua espressione più compiuta nella danza che è musica dentro il movimento, un’intercalarsi
continuo di pulsazioni caratterizzate da ciclicità e figurazioni ridondanti che si incastrano. L’anello
di congiunzione fra questi due elementi è la voce, le parole mescolate ai suoni
onomatopeici rappresentano il responso, l’oracolo della grande madre; essa concede agli
uomini il diritto di festeggiare, di
imitare gli dei. Attraverso il percorso
allegorico, si assiste ad una ricontestualizzazione dei significati che
porta ad una nuova accettazione – integrazione della quotidianità.
Musiche apparentemente scarne, litanie talvolta sofferte, contorte come gli
stessi lineamenti dei suonatori, testimoni e portatori di una tradizione
interiorizzata attraverso le avversità e la fatica. Musica che si mescola ai sapori
della natura, al belato di una capra, al rumore degli zoccoli, al suono di un
campanaccio. La fatica, viene
raccontata nelle piccole cose di tutti i giorni, dipinta di speranza e di arte
di arrangiarsi. Si canta alla vita facendo
il bucato, durante la mietitura, alla pesca del tonno, nelle osterie, per
strada. Il rapporto dialogico
instaurato con la natura e il soprannaturale evidenzia l’esigenza dell’uomo di appartenere ad una realtà più
grande della stessa che lui agisce e interpreta.
..Ci vuole prima “a
mano della Madonna”,
poi
bisogna tener conto delle fasi della Luna,
“ ‘a mancata ’e crescenza” (dalla luna piena alla nuova, dalla
luna nuova alla piena), del sole della pioggia
e del vento e
della cristiana rassegnazione …“chello
ca vò
Dio sarà”.
In queste parole di Giovanni Coffarelli si può
notare ancora una volta come il sacro e il profano siano presenti e ricorrenti
nella
realtà contadina. La tradizione popolare rappresenta
un bisogno, la necessità di autoguarigione da parte della comunità.
La fede si manifesta sotto forma di
liberazione, di redenzione e riscatto in cui cantando alla Madonna si chiede di
guarire il mondo dai peccati. La gente interagisce con il piano mitico,
lodando, glorificando la potenza di Dio che da la grazia e permette di
realizzare il superamento di conflittualità, l’accettazione della perdita e della morte. Una
serie di apprendimenti invisibili, vengono mantenuti e conservati di
generazione in generazione grazie all’importanza che la tradizione orale riveste. E’
quasi un’ iniziazione a cui si accede a piccoli passi,
fin dall’infanzia, seguendo in silenzio le
processioni, acoltando i vecchi
raccontare aneddoti e favole. All’interno di una visone primordiale e magica in
cui il mito si incarna, l’arte dei suoni diventa uno dei simboli della
realtà
dell’uomo, mezzo di comunicazione privilegiato con
il mondo spirituale. E’ quasi impossibile dare una definizione
univoca di tale termine, anche se per certi versi il mito si identifica nella
stessa tradizione popolare: processo di continua catarsi, tra suono ridondante
di tamburi a cornice e fluire della danza,
metamorfosi in cui tutto viene vissuto come atto di purificazione. Una
visione questa in cui sacro e popolare, cristiano e pagano convivono. Per una
volta i confini e i dogmi lasciano spazio al crescere della pulsazione, al
tempo eternamente ricorrente che si misura sul sorgere e tramontare del sole.La
musica popolare
nel centro sud Italia,
non è
una forma rigida; il carattere espressionistico devozionale costituisce uno
degli aspetti più sinceri della tradizione. Nelle processioni
dedicate alle 7 Madonne campane sono sempre presenti canti e tamburi che
accompagnano il tragitto. La pulsazione ritmica anche se disorganica è
sempre viva, rappresenta assieme alla voce dei
fedeli una forma di offerta per la divinità protettrice. Queste
testimonianze non abbisognano di ulteriori parole, raccontano in prima persona
frammenti di vita, storie di gente semplice che ha saputo mantenere aperto un
varco con il soprannaturale.
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RICERCA SULLA TRADIZIONE POPOLARE
DEL SUD ITALIA – AREA CAMPANA
RICERCA N._01/2001
Ricercatore : Alessandro d’Alessandro
EVENTO CULTURALE
FESTA PER LA MADONNA DELLE“GALLINE”
LUOGO
PAGANI- PROVINCIA DI SALERNO -REGIONE CAMPANIA
iL GIORNO 20
APRILE 2001
Il giorno 20 aprile
2001 nella località
di Pagani in provincia di Salerno,
nella regione Campania, si sono svolti i festeggiamenti a cadenza annuale
rivolti alla Madonna delle galline.
Per questa ricerca esiste una
testimonianza fotografica, poiché in questa festa non sono gradite le riprese, soprattutto
nei momenti rituali notturni.
Le origini di questo rito religioso-pagano sono molto lontane e
legate al mondo animale, ed è chiaro che tali animali siano equivalenti di figure
materne derivate da culti totemici locali e li ritroviamo sia a Pagani che nel
Casertano e nel Cilento, con il culto per la Madonna della gatta.
Alcune galline, beccando il mangime e scavando il terreno
ritrovarono l’immagine
sepolta di questa Madonna, e da allora la domenica dopo Pasqua si svolge il
rituale che ha aspetti religiosi durante tutti i giorni di festeggiamento e
nelle ore notturne fino all’alba del lunedì, giorno ricorrente in tutti i culti
per le Madonne, conserva antiche ritualità pagane di rara bellezza e spiritualità.
Il pomeriggio di questo giorno è stato scandito dall’arrivo della statua della Madonna, che
ha ai suoi piedi una gabbia con parecchi gallinacei. Tutti i devoti, i turisti,
i curiosi e i tammurriatori hanno atteso ai lati della strada la sagoma della
Vergine. All’improvviso,
dopo brevi grida d’allarme,
sono stati accesi i fuochi d’artificio per tutto il percorso della strada
A questo punto l’aria si è riempita di fumi solforosi mentre da
lontano è
apparso l’oggetto
di culto. La gente dai balconi ha partecipato al rituale lanciando striscioline
di carta argentata e altre di carta rosa con la scritta: -“Madonna, proteggici tu”_.
Il numero incalcolabile di striscioline argentate piovute dall’alto in un luccichio irreale ha creato
una spettacolare “cornice” d’attesa. La sagoma portata a spalla da
alcuni devoti, tra fumo intenso, applausi, e invocazioni di grazia è apparsa come in un miraggio. L’incredulità di chi ha assistito la prima volta ad
un evento simile, si è trasformata in coinvolgimento totale.
Nella villa comunale è stato allestito un palcoscenico e, in
forma di protesta, alcuni paesani hanno distribuito dei ciclostile di dura
critica all’organizzazione
e al comune di Pagani, con lo slogan “stop alla tammorra contaminata”, chiedendo a questi che le
tammurriate vengano eseguite in strada e non sul palcoscenico. Purtroppo l’impietosa macchina dello spettacolo
prevedeva questo e Raffaele Inserra con la sua paranza dei monti Lattari si è dovuto esibire, suo malgrado, sul palco
della villa comunale.
Dopo si è esibito sul palco Giovanni Mauriello,
la voce “storica” della Nuova Compagnia di Canto
Popolare e altre paranze di tammurriatori locali.
Nella piazza sottostante diversi
gruppi spontanei di ballerini hanno danzato e cantato sull’erba e sul terreno, luoghi naturali
deputati alla danza e al canto popolare. Si è potuto ascoltare alcuni di loro nei “cerchi” spontanei tra cui Orazio De Rosa, già ospite a Bolzano, la Famiglia group
(stagisti per due anni a Bolzano e Merano”) e ancora Bizio, Davide Conte (tra i
migliori tamburellisti del Salento), Enza Pagliara ( ex voce degli Aramirè) e il famoso “o Lione” (Antonio Matrone) di Scafati, e tanti
altri tra cui l’autore
di un bel testo sulla tammurriata Gianni Rollin e l’altro storico delle tradizioni poplari
campane Gabriele D’Aiello,
e infine “lo
sciamano” Marcello Colasurdo ( presente in tutte
le feste Madonnali ).
Una delle principali caratteristiche
di questa festa è
stata l’interminabile
fila di bancarelle e la folla fluttuante in cerca dei gruppi spontanei che si esibiscono in
strada. Molti giovani hanno acquistato degli strumenti musicali e si sono
cimentati entrando nei “cerchi” per provare ad accompagnare la tammurriata: questo
fenomeno sempre più
crescente nelle feste della Campania e del Salento è oggetto di studio sociologico, poiché spesso alcuni di questi giovani
assumono un comportamento d’arrogante esibizionismo senza una vera tecnica sia
strumentale che vocale e soprattutto con poco rispetto verso una tradizione
millenaria e nei confronti di chi la “vive” attraverso le proprie emozioni.
Il
rituale pagano si è svolto solamente a notte inoltrata, quando i gruppi di
persone sono andati via (ma è forse questo il segreto dei tammurriatori di Pagani..).
A questo punto è entrato in scena un personaggio
storico, a cui si deve il vero momento di devozione pagana e per i
tammurriatori, il simbolo “terreno”di tutta la festa. Si tratta di Franco Tiano un uomo
umile e lontano da qualsiasi forma d’esibizionismo, sebbene abbia
costituito una paranza di tammurriatori”, appunto i Taurani .
Franco Tiano ha “osservato” la festa, dato le sue condizioni di
salute precarie, ed è stato presente in tutti i momenti salienti che si sono
succeduti fino all’alba.
All’arrivo dello “sciamano” Marcello Colasurdo (appena entrato
nel gruppo “Spaccanapoli” prodotto da Peter Gabriel per la Real
Word; l’appellativo
è stato
coniato dallo scrivente per le proprietà di coinvolgimento e il carisma di
questo grande interprete della tradizione popolare) sono cominciati i canti e i
balli davanti all’immagine
sacra della Vergine delle galline.
Verso le 3 del mattino 40-50 persone di tutte le età hanno ballato e cantato per l’immagine della Madonna conservata
nella cappella allestita nell’atrio di un antico palazzo da Franco Tiano, che
personalmente cura e soprattutto sorveglia questa rarissima e preziosa opera d’arte, già oggetto di diversi tentativi di furto.
La condizione di “trance” è intervenuta naturalmente negli occhi
e nell’animo
dei presenti, stremati dalla fatica “devozionale” necessaria per vivere nel modo giusto
questa festa, e le ferite sul dorso della mano dei tammurriatori dopo tantissime ore di esecuzione non hanno
causato più
alcun dolore. A questo punto è stato doveroso riporre nelle custodie tutte le macchine fotografiche. L’ultimo scatto (allegato alla presente
relazione) riprende Marcello Colasurdo che dedica una “fronna” (canto devozionale, in questo caso di
ringraziamento) a Franco Tiano, che assiste incredulo e commosso, assieme all’incredulità e alla commozione di tutti i
presenti.
Tutto ciò che non è
stato possibile riprendere con ausili meccanici, è scolpito nella memoria di chi
ha assistito al rituale: come i canti rivolti alla Madonna delle galline di
Colasurdo e le nenie salentine, suggestive e malinconiche, cantate da Enza
Pagliara, che rappresenta la prossima generazione di grandi interpreti del
Salento, e ancora tutti i tammurriatori coinvolti in sfrenate “vutàte” e in ammiccanti passaggi di coppia.
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RICERCA SULLA TRADIZIONE POPOLARE DEL SUD ITALIA – AREA CAMPANA
RICERCA N._04/2002
EVENTO CULTURALE
Ricercatore : Alessandro d’Alessandro
FESTA MADONNALE – RICORRENZA DELL’ASCESA
AL SANTUARIO DELLA MADONNA
DI MONTEVERGINE
LUOGO
OSPEDALETTO D’ALPINOLO- PROVINCIA DI AVELLINO-
REGIONE CAMPANIA
DATA
DAL GIORNO 11 AL GIORNO 12 SETTEMBRE 2002
Il giorno 11 settembre 2002 nella
località di Ospedaletto d’Alpinolo in provincia di Avellino,
nella regione Campania, si sono aperti i festeggiamenti a cadenza annuale
rivolti alla Madonna nera di Montevergine, e si è documentata tutta la manifestazione
di apertura con i carri allegorici tipici di quella festa, in un luogo che ha
testimonianze di riti precristiani.
Le registrazioni audio e le riprese
eseguite dallo scrivente, tramite
videocamera digitale di proprietà dell’Associazione Culturale Teatro PraTIKo di Merano,
documentano la grande preparazione sia spirituale che rituale che avviene già molto tempo prima della festa
religioso-pagana, considerate le difficoltà nell’allestimento dei banchetti e dei carri
allegorici addobbati con fiori e costruzioni in legno e sughero, spesso
completato da figurine in movimento e la riproduzione della funicolare che
porta da Mercogliano a Montevergine. Il paese è molto piccolo e si sentono coinvolti
quasi tutti gli abitanti infatti, alcune abitazioni situate a livello stradale
denominate “bassi”, sono adibite per l’occasione alla vendita di articoli
caratteristici vari, di leccornie e
altre ospitano mostre di arti figurative per gli artisti locali . La
presenza di gruppi spontanei di zingari musicisti è la prova della presenza multi-etnica
in queste occasioni di festa nel sud Italia. E’ stata ripresa la tammurriata in
strada di gruppi spontanei, con la partecipazione di alcuni artisti e
ballerini, alcuni di fama internazionale come Marcello Colasurdo (prodotto da
Peter Gabriel per la Real Word con il
suo gruppo “Spaccanapoli”). La tammurriata è un ballo tradizionale campano che
risale a circa 2000 anni fa. E’ stata documentata inoltre la parte più saliente del concerto effettuato
dentro la chiesa del paese, causa il tempo incerto, della band dell’artista napoletano Carlo Faiello, che
ha presentato una favola popolare in musica. Dopo il concerto, a notte
inoltrata, lo scrivente ha alloggiato presso una casa del pellegrino del paese,
per recarsi all’alba, attraverso il “sentiero del pellegrino”a circa 1200 metri di altitudine, al
Santuario della Madonna di Montevergine.
Questo Santuario è al contempo un luogo di culto
religioso e pagano, che accomuna in maniera inusuale devoti cattolici e “devoti” laici uniti
nella ritualità e nella spiritualità. Questo fatto non è permesso in altri contesti, dato
certi atteggiamenti di rispettosità del luogo sacro e una sorta di “proprietà spirituale” relativa i luoghi di culto da parte
dei custodi spirituali dello stesso.
Fino agli anni ’50 si saliva al monte su carri
allegorici guidati da cavalli o asini, sui quali si eseguivano canti
devozionali e tammurriate, da Ospedaletto d’Alpinolo o da Mercogliano al
Santuario. I cavalli o gli asini erano bardati a festa con fiocchi e nastri
variopinti e i carri stessi erano addobbati con fiori di stagione. Attualmente
alcune autovetture sostituiscono i
vecchi carri allegorici (nel video si può osservare un’ esempio in tutti i suoi particolari,
che dimostra l’impegno certosino nella fattura e il grande valore
artistico e testimoniale di una tradizione che, pur “ammodernata”, conserva ancora e conserverà nei secoli la perseveranza della “devozione” sincera verso una delle 7 Madonne
dell’area Campana).
La Madonna di Montevergine è di origini Bizantine. In una leggenda
antica la considerano più brutta delle altre Madonne in quanto “nera”
e la trasportano in un luogo
difficile da raggiungere; ma a poco a
poco questo monte diventa meta di molti pellegrini che seguono la scia luminosa
di una stella lucentissima: la stella diana. Pentiti dal giudizio affrettato la
definiscono così la più bella di tutte e le attribuiscono lo
pseudonimo di “Mamma Schiavona”.
La documentazione prosegue con le
prime tammurriate liberatorie all’esterno del luogo santo e si nota una presenza multi
etnica e una grande partecipazione di giovani, provenienti da posti diversi.
Questi ragazzi sono “affamati” di emozioni vere e sanno riconoscere se una funzione rituale è al di fuori delle sue “mura originarie”.
Si è documentato un rito unico nel suo
genere: il rito della “scalinata”, tipico di Montevergine. Anticamente questo rito era
vissuto da molte donne (adesso ne incontriamo solo poche) che salivano la scala
intonando canti rituali ad ogni gradino, ma la scala non era quella odierna,
era un’altra situata ad oriente molto più ripida e consumata. Questo
cambiamento è stato ordinato dai Monaci del Santuario, per motivi a
tutti sconosciuti (probabilmente per moderare la ritualità pagana, ma evidentemente si è ottenuto l’effetto esattamente opposto). All’arrivo di Marcello Colasurdo, dal
sentiero del pellegrino cantando e suonando, l’ambiente diventa di colpo
rarefatto e si può scorgere nei visi delle persone
presenti l’attesa, l’insofferenza, il bisogno di fare qualcosa di importante,
il motivo appunto della loro salita al monte. Questo motivo è solamente la devozione per la
Madonna, devozione vissuta in maniera del tutto laica e “pagana” (forse lo stesso dei riti pagani che
si svolgevano circa 3000 anni prima nello stesso luogo per Dioniso). Ogni
devoto chiede una grazia, e quasi la pretende, per aver sofferto il viaggio e
gli stenti inevitabili, quasi necessari, dovuti alla preparazione di questo
rito.
Si è documentato il rito più emozionante e difficile da
riprendere, considerando lo scetticismo e il rifiuto dei tammurriatori verso le
riprese video, quello dell’entrata al Santuario.
A capo di tutti lo “sciamano” Marcello Colasurdo (e sono in piena
coscienza di me nell’attribuirgli queste caratteristiche) e dietro di lui gli
attenti ed emozionati devoti, che gli delegano la ritualità con profondo rispetto e l’“ansia spirituale” (termine da me coniato che descrive
uno stato emozionale tipico delle feste Madonnali dell’area campana). Avviene quindi il rito
della “salita sulla scalinata”, idiomaticamente definita “a sagliùta”, che rappresenta l’ascesa al monte, e il rito della “bussata”(forte sbattere della mano dello
sciamano sulla porta d’ingresso del luogo di culto). Nell’atrio interno del Santuario si prepara
il rito finale, cantando il “terzinato” tipico di questo canto, che descrive
nel testo la motivazione che spinge tutti a venire una volta l’anno per portare il saluto alla
Mamma schiavona.
Lo sciamano “porta” tutti, rispettosamente dietro di lui,
verso il luogo deputato al rito (al pari nel rituale Dionisiaco verso l’ara infuocata) e si addentra verso il
misterioso enigma che spinge i Monaci, colti da questa folla di tammurriatori
nel pieno svolgimento della Messa, a lasciarsi delicatamente fermare nel rito
Liturgico per partecipare emotivamente assieme alla gente seduta in Chiesa .
Il documento continua con la “camminata” verso l’altare ( ara ) dedicato a Mamma
Schiavona (Dioniso) dello sciamano e dei devoti, tra l’incredulità dei religiosi.
Il canto “ a figliòla” è solo per lei, che osserva come una
madre osserva i figli che gli portano una rosa in regalo e li ascolta nelle
loro richieste e li consola. Lo sciamano chiede alla Madonna di Montevergine di
far cessare tutte le guerre e ridare la pace negli animi e negli intenti, in un
silenzio magico e rarefatto.
Adesso nel video è descritto il rito del saluto alla
Madonna, che si svolge arretrando tutti ( e per ultimo lo sciamano )
accompagnato da canti devozionali e dalla famosa “terzina” . Lo sciamano “ordina” di aprire la porta di uscita della
chiesa e, prima di lasciare il “pasto devozionale” ( termine anche questo da me coniato
che descrive lo stato d’animo nel rilascio delle emozioni vissute e nello stato
di prostrazione dovuto alla fatica e al bisogno continuo di pathos emozionale,
ma soprattutto allo sconforto di sapere di lasciare lì tutto quel vissuto e di non poter
portare con sé nulla di quel “miele pagano” assaggiato in quel luogo, e il ritorno alla realtà quotidiana e l’attesa di rivivere la festa che, se
tutto va bene, sarà tra un anno) si rivolge direttamente a Mamma schiavona,
nel silenzio assoluto(anche i respiri sono sottilmente ansimanti) salutandola e
promettendole di farsi rivedere l’anno prossimo, nella convinzione che niente potrà impedirglielo se non la morte. Si
congeda a lei con la frase rituale -“ sì bella, Mamma schiavò !”
( sei bella, Madre schiava).
Tra il rilassamento muscolare e l’appagamento psicologico-emozionale si
avviano tutti all’uscita, festeggiando nel bar del Santuario, con
tammurriate frenetiche e isterico-liberatorie, che anticipano la discesa al paese,
tra uno strano sconforto e un dolce sapore tra le labbra (come avviene anche
dopo l’atto erotico).
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RICERCA N._06/2002
MITOLOGIA E DIONISISMO
Ricercatore :
Alessandro d’Alessandro
BACCO
Uno dei tanti nomi per indicare il dio Dioniso. Figlio di Zeus e di Semele. Fu
dio della forza fecondatrice della natura, venerato particolarmente dalle donne
e universalmente riconosciuto come orgiastico dio del vino. La gelosa Era si presentò da Semele sotto l'aspetto d'una
vecchia e la indusse a pregare Zeus di mostrarlesi in tutto il suo splendore
divino. Zeus finì con l'arrendersi alle insistenti preghiere di Semele,
che allora rimase istantaneamente incenerita dallo splendore emanante dal dio.
Zeus, dopo il rogo di Semele, salvò il corpo di Dioniso e lo mise dentro
una propria coscia. Trascorso il tempo debito, Zeus si
scucì la coscia, partorì Dioniso e lo affidò a Ermes. E questi lo portò a Ino e Atamante, e li convinse ad
allevarlo come se fosse stata una bambina. Ma la dea Era, sdegnata, li colpì con la follia. Atamante diede la
caccia al suo figlio maggiore, Learco, scambiandolo per un cervo, e lo uccise;
Ino gettò Melicerte in un pentolone d'acqua bollente e poi,
stringendo il cadavere del figlio, si gettò nel profondo del mare. Gli erano
sacre le foreste i vigneti e le vallate dove viveva
freneticamente in compagnia di Menadi, Ninfe e Satiri. Per approfondimenti
(Euripide, Ciclope 3 ss.; Baccanti
13 ss e 58 ss. e 78 ss.). Secondo una delle tante storielle, Dioniso
scese all'Ade attraverso il lago di Lerna, ritenuto privo di fondo e quindi in
diretta comunicazione con l'Oltretomba. Si dice che il dio chiese la strada a
un contadino, tale Prosinno o Polinno, il quale gli domandò come ricompensa i suoi favori
sessuali, quando fosse ritornato. Dioniso promise, ritornò dall'Ade, ma intanto Prosinno era
morto. Allora il dio piantò sulla sua tomba un bastone di fico a forma di fallo, e
pagò il suo debito a quello, per onorare l'ombra dell'uomo. Giunto
all'Ade, Dioniso ottenne la liberazione di Semele, dando in cambio a Plutone la
pianta di mirto, che gli era cara e poi portò la madre in cielo, con il nuovo nome
di Tione, come segno del suo nuovo stato divino. La leggenda della liberazione
di Semele dall'Ade era oggetto di culti assai antichi: uno dei più importanti era la festa delfica
dell'Eroina, celebrata dal collegio delle fedeli di Dioniso chiamate Tiadi.
Segno fallico
Non solo il segno
fallico appartiene ad Hermes, ma anche il cumulo di pietre; infatti il suo
nome, “Hermes”, è derivato da lì: hérma è in particolar modo una pietra eretta,
donde Hermàas o Hermàon. Questa interrelazione è ben spiegabile con la funzione di
segnale sia del fallo che della pietra: mettere una pietra sull’altra è una forma elementare di segnalare il
passaggio. Sulle Alpi c’è un cumulo di pietre presso la sommità di quasi tutti i monti, e chiunque
scali la montagna si sente irresistibilmente tentato egli stesso di
ricostruirlo o ingrandirlo< (come il bellissimo esempio denominato “Stoarnmandl”_omini di pietra_ nella val Sarentina
in Alto Adige); così i vagabondi greci usavano aggiungere pietre ad un cumulo
di Hermes. Si tratta di erezione di un monumento, che dice a chi passa che lì c’è un punto fermo e che qualcun altro vi
è stato prima.
I diecimila Greci che erano con Senofonte cominciarono
spontaneamente ad erigere un enorme cumulo di pietre, dove avevano intravisto
il mare per la prima volta. Senofonte
non parla di un dio o di un demone invocato, sebbene pelli di bue, bastoni e
scudi fossero levati come doni votivi; anche tali “consacrazioni” sono una dimostrazione, e l’intero monumento dovette segnare il
passaggio da un passato di disperazione ad un futuro promettente. Il potere non
è né nel fallo né nella pietra; essi sono segni che
trasmettono un messaggio di potenza. Secondo la mitologia, Hermes è per l’appunto il messaggero di Zeus.
La libagione
Vi è ancora un’altra forma di collocazione dei segni: la libagione. La libagione,
spargimento cerimoniale di liquidi, gioca un ruolo determinante in tutta la
religione del Vicino Oriente e del Mediterraneo; si è perfino suggerito che la parola “dio” sia stata inventata per questo atto.
Di solito la libagione è, senza discussione, intesa nel senso di “offerta”, un dono presentato ad una potenza
divina o demonica. In questo modo di vedere sussistono però serie difficoltà. La libagione è piuttosto un modo particolare di “offrire”: si versa del vino sul terreno, ed
esso si ferma lì: come possono gli dèi che sono in cielo riceverne un po’?
Micenei e Greci cercarono di risolvere questo problema mettendo nella
mano del dio un vaso per la libagione, o versando le libagioni nel fuoco, sull’altare; ma ciò in un secondo momento, come è evidente in particolare dalle
testimonianze ittite (rilievo proveniente da Malata, ad Akurgal) ; e il dio
greco con i vaso per la libagione in mano, come se stesse versando offerte a se
stesso, costituisce un nuovo problema di interpretazione. Ci sono testi rituali
ittiti con lunghe serie di libagioni: “una volta per il focolare, una volta
per i tetti, una volta per la finestra, una volta per il chiavistello della
finestra, una volta accanto alla finestra”, e così via. Non si fa affatto menzione di dèi o spiriti. Sono segnati e, per così dire, determinati i limiti cruciali
del palazzo, in un rituale che allontani, per esempio, un temporale. Ci sono, inoltre,
libagioni di olio, che comunemente non è una bevanda per esseri antropomorfi.
L’olio in effetti è versato su pietre particolari; c’è la pietra di Nestore davanti al
palazzo di Pilo, dove egli siede durante il sacrificio; c’è l’”omphalòs” di Delfi, vicino all’altare; vi sono ai crocicchi pietre
lucide di olio. Le pietre per libagione, huuasi, sono importanti nel rituale
ittita. In alte civiltà le pietre sono unte con burro o grasso. Si potrebbe dire
che la libagione di olio è una cerimonia di consacrazione, compiuta su pietre
ritenute dèi dall’uomo primitivo. Ma in Grecia gli dèi antropomorfi non sono consacrati con
l’unzione. I testi antichi sono ambigui: Giacobbe dorme di notte
nel deserto dove fa il sogno della scala che arriva fino al cielo, con angeli
che scendono e salgono, in
relazione al quale al mattino
erige una pietra, vi versa dell’olio e dice: questa è la casa di Dio, Beth-el. Che Dio
dimori nel cielo o nella pietra, o si identifichi con la pietra, Giacobbe non è affatto obbligato a decidere tra
questi teologemi che si escludono uno con l’altro; ciò che egli compie è collocare un segno, un monumento che
deve diventare luogo di culto per sempre. E’ un dato di fatto che tracce d’olio su una pietra restano visibili
per lunghissimo tempo. In Grecia le libagioni sono comuni soprattutto nel culto
dei morti; ciò può essere spiegato con l’idea che i morti “hanno sete”, sebbene i Greci preferissero parlare
di “bagno”. Ma non c’è una spiegazione chiara per le libagioni di olio presso
le tombe, per le quali i “lékythoi” funerari offrono una rilevante testimonianza. Le
libagioni tuttavia lasciano dei segni presso la tomba, e da questi segni la
gente vede se una tomba è curata dai parenti o no. Il culto del sepolcro è un segnale che comunica il messaggio che la famiglia del defunto è ancora viva e prospera.
Senza dubbio le cerimonie di libagione hanno avuto
una lunga evoluzione, addirittura da
prima dell’età del bronzo, e procedure differenti possono essersi fuse.
Non si deve sottovalutare l’elemento del donare ciò che non può essere ripreso; ma, d’altra parte, non si può trascurare la funzione comunicativa
di lasciare segni, fissando luoghi e confini, specialmente nel caso di olio
versato su pietre. E se adottiamo la prospettiva della biologia, non possiamo
trascurare che segnare un territorio versando liquidi è un comportamento “rituale” molto diffuso tra i mammiferi,
specialmente predatori (il leone “capo-branco” diffonde i suoi ferormoni attraverso le urine su i punti
perimetrali del suo territorio, sia per dimostrare alle leonesse la propria
supremazia sia per “far sentire” ai leoni nomadi la sua presenza e quindi di tenerli
lontani); a tutti noi è inoltre familiare il comportamento del cane presso la
pietra. Mettere in relazione questo con la libagione sembra una facezia
oltraggiosa _ che, per inciso, è presente nella letteratura antica Una volta presa questa strada, tuttavia, si
può scoprire che sotto il livello di civiltà molto sviluppate, perfino in usanze
popolari del ventesimo secolo vi è un “comportamento rituale” nei confronti di confini o pietre
liminari molto simile a quello del cane (Nel
Niederösterreich quando si erige una nuova pietra di confine, il
proprietario vi deve orinare sopra.- Per i Russi che passano
il confine tedesco nel 1945: ”Wir hatten vorther verabredet, auch welche Weise wir das Überschreiten der
deutschen Grenze gebührend „dokumentieren“ wollten.“) . Se si
appura che tale comportamento nei mammiferi è rivolto verso “oggetti familiari e importanti”, come pure verso “oggetti nuovi”, esso è spiegato come derivante da “reazioni spontanee verso ciò che non si conosce e avente la funzione di “affermare la familiarità
dell’animale con il suo ambiente”,
la somiglianza con le cerimonie di libagione, da Hâttusa( capitale Ittita rinvenuta in Anatolia) a Delfi,
appare molto più che superficiale. Diverse specie di mammiferi,
infatti, hanno sviluppato delle
ghiandole speciali per secernere un odoro che lascia traccia; l’evoluzione culturale ha fornito agli
uomini degli strumenti per funzioni
simili.
Un altro rituale meno imbarazzante è quello di portare rami in processione. Esso è molto comune nella religione greca;
ne abbiamo notizie nella
processione delle mestai a Eleusi,
e_specialmente in quella dei membri del thìasos bacchico _ il thyrsos è la sua forma stilizzata; ma l’usanza era molto generalizzata nel
culto, Spesso il fedele, avvicinandosi ad un altare o ad una statua di un dio,
solleva un ramo, o un fascio di rami, mentre prega; (nella tradizione cristiana
si mantenne l’uso di “portare foglie di palma”) così fanno gli stregoni; il veggente
babilonese usava brandire un bastone di cedro durante il sacrificio. A questo
punto è ovvia la funzione pratica
dell’uso di un ramo; si tratta di uno degli strumenti più semplici che aumentano la forza del
braccio e il suo raggio d’azione; lo si può usare per aggredire o, per lo meno, per tener lontano altra gente,
e così vediamo le menadi che usano il loro thyrsos contro i vogliosi
satiri. Il romano flamen Dialis portava rami per tener lontana la gente
mentre si recava a sacrificare. Perciò portare un ramo è un segno generale ed evidente di status e potere.
Miti e rituali
Mito significa
narrare un racconto dal riferimento differito, costruito sulla base di un
qualche modulo di azione fondamentalmente umano; il rituale è azione stereotipa ri-diretta a scopo
dimostrativo. Entrambi perciò dipendono da programmi di azione, entrambi sono avulsi
dalla realtà fattuale, entrambi hanno fini comunicativi; le figure
del racconto sembrano prefigurate inuna serie di imperativi, e l’imperativo è stato altresì definito la forma stabilizzante del
rituale. Mito e rituale possono
costituire un’ alleanza per un
mutuo vantaggio, una simbiosi. Il difetto del rituale, in una società moderna, è l’apparente “nonsense” dovuto alla ri-direzione d’attività, l’elemento “come se”; a questo punto un racconto può fornire un contesto plausibile e
colmare gli spazi vuoti. Il difetto del racconto tradizionale è la sua mancanza di solennità e stabilità; a questo proposito il rituale può fornire una base, poiché il carattere solenne del rituale è garantito dalla funzione di paura
controllata per suo mezzo e la sua stabilità è assicurata anche da esplicite
sanzioni. Per esempio: un racconto a proposito di una ragazza che si getta in
mare, o che è rapita da un dio, può essere toccante, ma nulla di più; un antico sacrificio per immersione,
a Lerna, può contemporaneamente apparire
impegnativo e privo di senso. E’ la loro combinazione, il mito che esprime, in altra
forma, il rituale, che trasforma la ripetizione coercitiva in venerazione
consapevole; è il caso di Leucotea, che si gettò in mare al colmo della disperazione e
divenne dea marina, o di Persefone che fu portata attraverso la fonte Ciana,
vicino a Siracusa, presso il trono del
regno degli Inferi, e di Amimone che fu corteggiata da Poseidone e si dissolse in una fonte.
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