Associazione culturale

MUSICA, TEATRO E TRADIZIONE POPOLARE

Via Garibaldi, 6         39100 B o l z a n o

 

CENTRO DI RICERCA SULLA CULTURA POPOLARE DEL SUD ITALIA

 

RICERCHE  SULLA TRADIZIONE POPOLARE DEL SUD ITALIA

 

Tutto il materiale fotografico e i documenti in copia delle ricerche è possibile richiederli , scrivendo una e-mail a info@musicateatro.it , previa autorizzazione del Presidente lAssociazione Culturale, riguardo lutilizzazione dello stesso.

 

Si è cercato di percorrere i sentieri dellantropologia, della storia della cultura, della tradizione popolare (anche al plurale, se vogliamo, ma esiste un fil rouge che lega le culture, anche se non crediamo al concordismo à la Dumèzil), arrivando però poi sempre alla prassi, che è il momento della creazione artistica, della musica, della danza e del teatro (nel senso ampio e non specifico del termine).  Ecco allora che i sentieri della pizzica e della taranta si legano, seppure per coeur o comunque con lunghe giravolte ( non gimkane, però ) a quella della grande tradizione sciamanica, a quella dei dervisci  etc..  Ma la ricerca sul tarantismo tarantolismo non può fermarsi qui: la musica è anche musicoterapia,medicazione  (nel senso ovviamente nobile e alto del termine), chance aperta  della  ricostruzione-ricostituzione dell unità bio-psichica, di cui ognuno di (noi volens-nolens) è fatto.  Ecco allora che uno specialista quale Claudio Garofalo, musicoterapeuta (appunto) ci spiega il che e il come della  musicoterapia e del suo farsi-attuarsi, fornendo esempi ben concreti e probanti.  Ed  ecco, ora, in occasione dei tramonti dinizio estate, l inveramento di tutto questo, in alcuni straordinari appuntamenti, di cui nessuno di noi/voi potrà non tener conto. Invece dei "  lendemains qui chantent(domani che cantano) degli splendidi oggi,domani sul crinale del giorno, in quella condizione ( i tranelli dinizio estate, quando i giorni sono i più lunghi dellanno)  in cui, come nel midi mezzogiorno provenzale, sorgono i grandi senhal,  parola forse dorigine araba, che indica le insorgenze, le apparizioni, le evocazioni, i miraggi,  i sogni.

                                                                                    Prof. Eugen Galasso      

                         

        Mito, danza rituale, musica evocativa: la tradizione popolare. 

                               Renato Sclaunich             

 

…”Egli cominciò, allora, a cantare un inno dicendo:

Gloria a Te, Padre.

E noi, girando in cerchio, rispondevamo: Amen.

Danza di rendimento di grazie.

Vorrei suonare il flauto; danzate voi tutti. Amen.

Tutto in Cielo partecipa alla danza: Amen.

Chiunque non danza, non sa quel che avviene. Amen      

 

Da questi versi tratti dagli atti apocrifi di San Giovanni si può cogliere come la musica fin dalle origini della vita sia sempre

stata associata alla divinazione e al culto: con il Cielo si  identificava il senso del tempo, collegati  alla Terra erano invece

spazio e ritmo. Attraverso la percezione delle idee luomo condivide con il Cielo la creatività; mentre la Terra rappresenta ciò

che è stabile, una porzione di spazio ove agire il corpo, la realtà. La Terra cioè il ritmo,  vede la sua espressione più compiuta nella  danza che è musica dentro il movimento, unintercalarsi continuo di pulsazioni caratterizzate da ciclicità e figurazioni ridondanti che si incastrano. Lanello di congiunzione fra questi due elementi è la voce, le parole mescolate ai suoni onomatopeici rappresentano il responso, loracolo della grande madre; essa concede agli uomini  il diritto di festeggiare, di imitare gli dei. Attraverso il percorso  allegorico, si assiste ad una ricontestualizzazione dei significati che porta ad una nuova accettazione integrazione della quotidianità. Musiche apparentemente scarne, litanie talvolta sofferte, contorte come gli stessi lineamenti dei suonatori, testimoni e portatori di una tradizione interiorizzata attraverso le avversità e la fatica. Musica che si mescola ai sapori della natura, al belato di una capra, al rumore degli zoccoli, al suono di un campanaccio.  La fatica, viene raccontata nelle piccole cose di tutti i giorni, dipinta di speranza e di arte di  arrangiarsi. Si canta alla vita facendo il bucato, durante la mietitura, alla pesca del tonno, nelle osterie, per strada.  Il rapporto dialogico instaurato con la natura e il soprannaturale evidenzia lesigenza  delluomo di appartenere ad una realtà più grande della stessa che lui agisce e interpreta.

 

..Ci vuole prima a mano della Madonna,

 poi bisogna tener conto delle fasi della Luna,

a mancata e crescenza (dalla luna piena alla nuova, dalla

luna nuova alla piena), del sole della pioggia e del vento e

della cristiana rassegnazione …“chello ca vò Dio sarà”.

 

In queste parole di Giovanni Coffarelli si può notare ancora una volta come il sacro e il profano siano presenti e ricorrenti nella

realtà contadina. La tradizione popolare rappresenta un bisogno, la necessità di autoguarigione da parte della comunità. La fede si  manifesta sotto forma di liberazione, di redenzione e riscatto in cui cantando alla Madonna si chiede di guarire il mondo dai peccati. La gente interagisce con il piano mitico, lodando, glorificando la potenza di Dio che da la grazia e permette di realizzare il superamento di conflittualità, laccettazione della perdita e della morte. Una serie di apprendimenti invisibili, vengono mantenuti e conservati di generazione in generazione grazie allimportanza che la tradizione orale riveste. E quasi un iniziazione a cui si accede a piccoli passi, fin dallinfanzia, seguendo in silenzio le processioni,  acoltando i vecchi raccontare aneddoti e favole. Allinterno di una visone primordiale e magica in cui il mito si incarna, larte dei suoni diventa uno dei simboli della realtà

delluomo, mezzo di comunicazione privilegiato con il mondo spirituale. E quasi impossibile dare una definizione univoca di tale termine, anche se per certi versi il mito si identifica nella stessa tradizione popolare: processo di continua catarsi, tra suono ridondante di tamburi a cornice e fluire della danza,  metamorfosi in cui tutto viene vissuto come atto di purificazione. Una visione questa in cui sacro e popolare, cristiano e pagano convivono. Per una volta i confini e i dogmi lasciano spazio al crescere della pulsazione, al tempo eternamente ricorrente che si misura sul sorgere e tramontare del sole.La musica popolare

nel centro sud Italia, non è una forma rigida; il carattere espressionistico devozionale costituisce uno degli aspetti più sinceri della tradizione. Nelle processioni dedicate alle 7 Madonne campane sono sempre presenti canti e tamburi che accompagnano il tragitto. La pulsazione ritmica anche se disorganica è sempre viva, rappresenta assieme alla voce dei  fedeli una forma di offerta per la divinità protettrice. Queste testimonianze non abbisognano di ulteriori parole, raccontano in prima persona frammenti di vita, storie di gente semplice che ha saputo mantenere aperto un varco con il soprannaturale.

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RICERCA SULLA TRADIZIONE POPOLARE DEL SUD ITALIA AREA CAMPANA

 

RICERCA N._01/2001

Ricercatore : Alessandro dAlessandro

EVENTO CULTURALE

FESTA PER LA MADONNA DELLEGALLINE

 

LUOGO

PAGANI- PROVINCIA DI SALERNO -REGIONE CAMPANIA

iL GIORNO 20   APRILE 2001

 

 

  Il giorno 20 aprile 2001 nella località di  Pagani in provincia di Salerno, nella regione Campania, si sono svolti i festeggiamenti a cadenza annuale rivolti alla Madonna delle galline.

Per questa ricerca esiste una testimonianza fotografica, poiché in questa festa non sono gradite le riprese, soprattutto nei momenti rituali notturni.

 Le origini di questo rito religioso-pagano sono molto lontane e legate al mondo animale, ed è chiaro che tali animali siano equivalenti di figure materne derivate da culti totemici locali e li ritroviamo sia a Pagani che nel Casertano e nel Cilento, con il culto per la Madonna della gatta.

 Alcune galline, beccando il mangime e scavando il terreno ritrovarono limmagine sepolta di questa Madonna, e da allora la domenica dopo Pasqua si svolge il rituale che ha aspetti religiosi durante tutti i giorni di festeggiamento e nelle ore notturne fino allalba del lunedì, giorno ricorrente in tutti i culti per le Madonne, conserva antiche ritualità pagane di rara bellezza e spiritualità.

Il pomeriggio di questo giorno è stato scandito dallarrivo della statua della Madonna, che ha ai suoi piedi una gabbia con parecchi gallinacei. Tutti i devoti, i turisti, i curiosi e i tammurriatori hanno atteso ai lati della strada la sagoma della Vergine. Allimprovviso, dopo brevi grida dallarme, sono stati accesi i fuochi dartificio per tutto il percorso della strada

A questo punto laria si è riempita di fumi solforosi mentre da lontano è apparso loggetto di culto. La gente dai balconi ha partecipato al rituale lanciando striscioline di carta argentata e altre di carta rosa con la scritta: -Madonna,  proteggici tu_.

 Il numero incalcolabile di striscioline argentate piovute dallalto in un luccichio irreale ha creato una spettacolare cornice dattesa. La sagoma portata a spalla da alcuni devoti, tra fumo intenso, applausi, e invocazioni di grazia è apparsa come in un miraggio. Lincredulità di chi ha assistito la prima volta ad un evento simile, si è trasformata in coinvolgimento totale.

Nella villa comunale è stato allestito un palcoscenico e, in forma di protesta, alcuni paesani hanno distribuito dei ciclostile di dura critica allorganizzazione e al comune di Pagani, con lo slogan stop alla tammorra contaminata, chiedendo a questi che le tammurriate vengano eseguite in strada e non sul palcoscenico. Purtroppo limpietosa macchina dello spettacolo prevedeva questo e Raffaele Inserra con la sua paranza dei monti Lattari  si è dovuto esibire, suo malgrado, sul palco della villa comunale.

Dopo si è esibito sul palco Giovanni Mauriello, la voce storica della Nuova Compagnia di Canto Popolare e altre paranze di tammurriatori locali.

Nella piazza sottostante diversi gruppi spontanei di ballerini hanno danzato e cantato sullerba e sul terreno, luoghi naturali deputati alla danza e al canto popolare. Si è potuto ascoltare alcuni di loro nei cerchi spontanei tra cui Orazio De Rosa, già ospite a Bolzano, la Famiglia group (stagisti per due anni a Bolzano e Merano) e ancora Bizio, Davide Conte (tra i migliori tamburellisti del Salento), Enza Pagliara ( ex voce degli Aramirè) e il famoso o Lione (Antonio Matrone) di Scafati, e tanti altri tra cui lautore di un bel testo sulla tammurriata Gianni Rollin e laltro storico delle tradizioni poplari campane Gabriele DAiello, e infine lo sciamano        Marcello Colasurdo ( presente in tutte le feste Madonnali ).

Una delle principali caratteristiche di questa festa è stata linterminabile fila di bancarelle e la folla  fluttuante in cerca dei gruppi spontanei che si esibiscono in strada. Molti giovani hanno acquistato degli strumenti musicali e si sono cimentati entrando nei cerchi per provare ad accompagnare la tammurriata: questo fenomeno sempre più crescente nelle feste della Campania e del Salento è oggetto di studio sociologico, poiché spesso alcuni di questi giovani assumono un comportamento darrogante esibizionismo senza una vera tecnica sia strumentale che vocale e soprattutto con poco rispetto verso una tradizione millenaria e nei confronti di chi la vive attraverso le proprie emozioni.

Il  rituale pagano si è svolto solamente a notte inoltrata, quando i gruppi di persone sono andati via (ma è forse questo il segreto dei tammurriatori di Pagani..).

A questo punto è entrato in scena un personaggio storico, a cui si deve il vero momento di devozione pagana e per i tammurriatori, il simbolo terrenodi tutta la festa. Si tratta di Franco Tiano un uomo umile e lontano da qualsiasi forma desibizionismo, sebbene abbia costituito una paranza di tammurriatori, appunto i  Taurani .

Franco Tiano ha osservato la festa, dato le sue condizioni di salute precarie, ed è stato presente in tutti i momenti salienti che si sono succeduti fino allalba.

Allarrivo dello sciamano Marcello Colasurdo (appena entrato nel gruppo Spaccanapoli prodotto da Peter Gabriel per la Real Word; lappellativo è stato coniato dallo scrivente per le proprietà di coinvolgimento e il carisma di questo grande interprete della tradizione popolare) sono cominciati i canti e i balli davanti allimmagine sacra della Vergine delle galline.

Verso le 3 del mattino  40-50 persone di tutte le età hanno ballato e cantato per limmagine della Madonna conservata nella cappella allestita nellatrio di un antico palazzo da Franco Tiano, che personalmente cura e soprattutto sorveglia questa rarissima e preziosa opera darte, già oggetto di diversi tentativi di  furto.

La condizione di trance è intervenuta naturalmente negli occhi e nellanimo dei presenti, stremati dalla fatica devozionale necessaria per vivere nel modo giusto questa festa, e le ferite sul dorso della mano dei tammurriatori  dopo tantissime ore di esecuzione non hanno causato più alcun dolore. A questo punto è stato doveroso riporre nelle custodie  tutte le macchine fotografiche. Lultimo scatto (allegato alla presente relazione) riprende Marcello Colasurdo che dedica una fronna (canto devozionale, in questo caso di ringraziamento) a Franco Tiano, che assiste incredulo e commosso, assieme allincredulità e alla commozione di tutti i presenti.  

Tutto ciò che non è stato possibile riprendere con ausili meccanici,  è scolpito nella memoria di chi ha assistito al rituale: come i canti rivolti alla Madonna delle galline di Colasurdo e le nenie salentine, suggestive e malinconiche, cantate da Enza Pagliara, che rappresenta la prossima generazione di grandi interpreti del Salento, e ancora tutti i tammurriatori coinvolti in sfrenate vutàte e in ammiccanti passaggi di coppia. 

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RICERCA SULLA TRADIZIONE POPOLARE DEL SUD ITALIA AREA CAMPANA

 

RICERCA N._04/2002

EVENTO CULTURALE

Ricercatore : Alessandro dAlessandro

FESTA MADONNALE RICORRENZA DELLASCESA

                                      AL SANTUARIO DELLA MADONNA DI  MONTEVERGINE      

 

LUOGO

OSPEDALETTO DALPINOLO- PROVINCIA DI AVELLINO- REGIONE CAMPANIA

DATA

DAL GIORNO 11 AL GIORNO 12 SETTEMBRE 2002

 

        

  Il giorno 11 settembre 2002 nella località di  Ospedaletto dAlpinolo in provincia di Avellino, nella regione Campania, si sono aperti i festeggiamenti a cadenza annuale rivolti alla Madonna nera di Montevergine, e si è documentata tutta la manifestazione di apertura con i carri allegorici tipici di quella festa, in un luogo che ha testimonianze di  riti precristiani.

Le registrazioni audio e le riprese eseguite dallo  scrivente, tramite videocamera digitale di proprietà dellAssociazione Culturale Teatro PraTIKo di Merano, documentano la grande preparazione sia spirituale che rituale che avviene già molto tempo prima della festa religioso-pagana, considerate le difficoltà nellallestimento dei banchetti e dei carri allegorici addobbati con fiori e costruzioni in legno e sughero, spesso completato da figurine in movimento e la riproduzione della funicolare che porta da Mercogliano a Montevergine. Il paese è molto piccolo e si sentono coinvolti quasi tutti gli abitanti infatti, alcune abitazioni situate a livello stradale denominate bassi, sono adibite per loccasione alla vendita di articoli caratteristici vari, di leccornie e  altre ospitano mostre di arti figurative per gli artisti locali . La presenza di gruppi spontanei di zingari musicisti è la prova della presenza multi-etnica in queste occasioni di festa nel sud Italia. E stata ripresa la tammurriata in strada di gruppi spontanei, con la partecipazione di alcuni artisti e ballerini, alcuni di fama internazionale come Marcello Colasurdo (prodotto da Peter Gabriel per la Real Word  con il suo gruppo Spaccanapoli). La tammurriata è un ballo tradizionale campano che risale a  circa 2000 anni fa. E stata documentata inoltre la parte più saliente del concerto effettuato dentro la chiesa del paese, causa il tempo incerto, della band dellartista napoletano Carlo Faiello, che ha presentato una favola popolare in musica. Dopo il concerto, a notte inoltrata, lo scrivente ha alloggiato presso una casa del pellegrino del paese, per recarsi allalba, attraverso il sentiero del pellegrinoa circa 1200 metri di altitudine, al Santuario della Madonna di Montevergine.

Questo Santuario è al contempo un luogo di culto religioso e pagano, che accomuna in maniera inusuale  devoti cattolici e devoti laici  uniti nella ritualità e nella spiritualità. Questo fatto non è permesso in altri contesti, dato certi atteggiamenti di rispettosità del luogo sacro e una sorta di  proprietà spirituale relativa i luoghi di culto da parte dei custodi spirituali dello stesso.

Fino agli anni 50 si saliva al monte su carri allegorici guidati da cavalli o asini, sui quali si eseguivano canti devozionali e tammurriate, da Ospedaletto dAlpinolo o da Mercogliano al Santuario. I cavalli o gli asini erano bardati a festa con fiocchi e nastri variopinti e i carri stessi erano addobbati con fiori di stagione. Attualmente alcune autovetture sostituiscono  i vecchi carri allegorici (nel video si può osservare un esempio in tutti i suoi particolari, che dimostra limpegno certosino nella fattura e il grande valore artistico e testimoniale di una tradizione che, pur ammodernata, conserva ancora e conserverà nei secoli la perseveranza della devozione sincera verso una delle 7 Madonne dellarea Campana).

La Madonna di Montevergine è di origini Bizantine. In una leggenda antica la considerano  più brutta delle altre Madonne in quanto nera  e  la trasportano in un luogo difficile da raggiungere; ma  a poco a poco questo monte diventa meta di molti pellegrini che seguono la scia luminosa di una stella lucentissima: la stella diana. Pentiti dal giudizio affrettato la definiscono così la  più bella di tutte e le attribuiscono lo pseudonimo di Mamma Schiavona.

La documentazione prosegue con le prime tammurriate liberatorie allesterno del luogo santo e si nota una presenza multi etnica e una grande partecipazione di giovani, provenienti da posti diversi. Questi ragazzi sono affamati di emozioni vere e sanno riconoscere  se una funzione rituale è al di fuori delle sue mura originarie.

Si è documentato un rito unico nel suo genere: il rito della scalinata, tipico di Montevergine. Anticamente questo rito era vissuto da molte donne (adesso ne incontriamo solo poche) che salivano la scala intonando canti rituali ad ogni gradino, ma la scala non era quella odierna, era  unaltra situata ad oriente molto più ripida e consumata. Questo cambiamento è stato ordinato dai Monaci del Santuario, per motivi a tutti sconosciuti (probabilmente per moderare la ritualità pagana, ma evidentemente si è ottenuto leffetto esattamente opposto). Allarrivo di Marcello Colasurdo, dal sentiero del pellegrino cantando e suonando, lambiente diventa di colpo rarefatto  e si può scorgere nei visi delle persone presenti lattesa, linsofferenza, il bisogno di fare qualcosa di importante, il motivo appunto della loro salita al monte. Questo motivo è solamente la devozione per la Madonna, devozione vissuta in maniera del tutto laica e pagana (forse lo stesso dei riti pagani che si svolgevano circa 3000 anni prima nello stesso luogo per Dioniso). Ogni devoto chiede una grazia, e quasi la pretende, per aver sofferto il viaggio e gli stenti inevitabili, quasi necessari, dovuti alla preparazione di questo rito.

Si è documentato il rito più emozionante e difficile da riprendere, considerando lo scetticismo e il rifiuto dei tammurriatori verso le riprese video, quello dellentrata al Santuario.

A capo di tutti lo sciamano Marcello Colasurdo (e sono in piena coscienza di me nellattribuirgli queste caratteristiche) e dietro di lui gli attenti ed emozionati devoti, che gli delegano la ritualità con profondo rispetto e l’“ansia spirituale (termine da me coniato che descrive uno stato emozionale tipico delle feste Madonnali dellarea campana). Avviene quindi il rito della salita sulla scalinata, idiomaticamente definita a sagliùta, che rappresenta  lascesa al monte, e il rito della bussata(forte sbattere della mano dello sciamano sulla porta dingresso del luogo di culto). Nellatrio interno del Santuario si prepara il rito finale, cantando il “terzinato tipico di questo canto, che descrive nel testo la motivazione che spinge tutti a venire una volta lanno per portare il saluto alla Mamma  schiavona.

Lo sciamano porta tutti, rispettosamente dietro di lui, verso il luogo deputato al rito (al pari nel rituale Dionisiaco verso lara infuocata) e si addentra verso il misterioso enigma che spinge i Monaci, colti da questa folla di tammurriatori nel pieno svolgimento della Messa, a lasciarsi delicatamente fermare nel rito Liturgico per partecipare emotivamente assieme alla gente seduta in Chiesa .

Il documento continua con la “camminata verso laltare ( ara ) dedicato a Mamma Schiavona (Dioniso) dello sciamano e dei devoti, tra lincredulità dei religiosi.

Il canto a figliòla è solo per lei, che osserva come una madre osserva i figli che gli portano una rosa in regalo e li ascolta nelle loro richieste e li consola. Lo sciamano chiede alla Madonna di Montevergine di far cessare tutte le guerre e ridare la pace negli animi e negli intenti, in un silenzio magico e rarefatto.

Adesso nel video è descritto il rito del saluto alla Madonna, che si svolge arretrando tutti ( e per ultimo lo sciamano ) accompagnato da canti devozionali e dalla famosa terzina . Lo sciamano ordina di aprire la porta di uscita della chiesa e, prima di lasciare il pasto devozionale ( termine anche questo da me coniato che descrive lo stato danimo nel rilascio delle emozioni vissute e nello stato di prostrazione dovuto alla fatica e al bisogno continuo di pathos emozionale, ma soprattutto allo sconforto di sapere di lasciare lì tutto quel vissuto e di non poter portare con sé nulla di quel miele pagano assaggiato in quel luogo, e il  ritorno alla realtà quotidiana e lattesa di rivivere la festa che, se tutto va bene, sarà tra un anno) si rivolge direttamente a Mamma schiavona, nel silenzio assoluto(anche i respiri sono sottilmente ansimanti) salutandola e promettendole di farsi rivedere lanno prossimo, nella convinzione che niente potrà impedirglielo se non la morte. Si congeda a lei con la frase rituale - sì bella, Mamma schiavò !    ( sei bella, Madre schiava).

Tra il rilassamento muscolare e lappagamento psicologico-emozionale si avviano tutti alluscita, festeggiando nel bar del Santuario, con tammurriate frenetiche e isterico-liberatorie, che anticipano la discesa al paese, tra uno strano sconforto e un dolce sapore tra le labbra (come avviene anche dopo latto erotico).

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RICERCA N._06/2002

MITOLOGIA E DIONISISMO

Ricercatore : Alessandro dAlessandro

BACCO    
Uno dei tanti nomi per indicare il dio Dioniso. Figlio di Zeus e di Semele. Fu dio della forza fecondatrice della natura, venerato particolarmente dalle donne e universalmente riconosciuto come orgiastico dio del vino.
 La gelosa Era si presentò da Semele sotto l'aspetto d'una vecchia e la indusse a pregare Zeus di mostrarlesi in tutto il suo splendore divino. Zeus finì con l'arrendersi alle insistenti preghiere di Semele, che allora rimase istantaneamente incenerita dallo splendore emanante dal dio. Zeus, dopo il rogo di Semele, salvò il corpo di Dioniso e lo mise dentro una propria coscia.  Trascorso il tempo debito, Zeus si scucì la coscia, partorì Dioniso e lo affidò a Ermes. E questi lo portò a Ino e Atamante, e li convinse ad allevarlo come se fosse stata una bambina. Ma la dea Era, sdegnata, li colpì con la follia. Atamante diede la caccia al suo figlio maggiore, Learco, scambiandolo per un cervo, e lo uccise; Ino gettò Melicerte in un pentolone d'acqua bollente e poi, stringendo il cadavere del figlio, si gettò nel profondo del mare. Gli erano sacre le foreste i vigneti e le vallate dove viveva freneticamente in compagnia di Menadi, Ninfe e Satiri. Per approfondimenti (Euripide, Ciclope 3 ss.; Baccanti 13 ss e 58 ss. e 78 ss.). Secondo una delle tante storielle, Dioniso scese all'Ade attraverso il lago di Lerna, ritenuto privo di fondo e quindi in diretta comunicazione con l'Oltretomba. Si dice che il dio chiese la strada a un contadino, tale Prosinno o Polinno, il quale gli domandò come ricompensa i suoi favori sessuali, quando fosse ritornato. Dioniso promise, ritornò dall'Ade, ma intanto Prosinno era morto. Allora il dio piantò sulla sua tomba un bastone di fico a forma di fallo, e pagò il suo debito a quello, per onorare l'ombra dell'uomo. Giunto all'Ade, Dioniso ottenne la liberazione di Semele, dando in cambio a Plutone la pianta di mirto, che gli era cara e poi portò la madre in cielo, con il nuovo nome di Tione, come segno del suo nuovo stato divino. La leggenda della liberazione di Semele dall'Ade era oggetto di culti assai antichi: uno dei più importanti era la festa delfica dell'Eroina, celebrata dal collegio delle fedeli di Dioniso chiamate Tiadi.

Segno fallico

Non solo il segno fallico appartiene ad Hermes, ma anche il cumulo di pietre; infatti il suo nome, Hermes, è derivato da lì: hérma è in particolar modo una pietra eretta, donde Hermàas o Hermàon. Questa interrelazione è ben spiegabile con la funzione di segnale sia del fallo che della pietra: mettere una pietra sullaltra è una forma elementare di segnalare il passaggio. Sulle Alpi c’è un cumulo di pietre presso la sommità di quasi tutti i monti, e chiunque scali la montagna si sente irresistibilmente tentato egli stesso di ricostruirlo o ingrandirlo< (come il bellissimo esempio denominato Stoarnmandl_omini di pietra_ nella val Sarentina in Alto Adige); così i vagabondi greci usavano aggiungere pietre ad un cumulo di Hermes. Si tratta di erezione di un monumento, che dice a chi passa che lì c’è un punto fermo e che qualcun altro vi è stato prima.

I diecimila Greci che erano con Senofonte cominciarono spontaneamente ad erigere un enorme cumulo di pietre, dove avevano intravisto il mare per la prima volta.  Senofonte non parla di un dio o di un demone invocato, sebbene pelli di bue, bastoni e scudi fossero levati come doni votivi; anche tali consacrazioni sono una dimostrazione, e lintero monumento dovette segnare il passaggio da un passato di disperazione ad un futuro promettente. Il potere non è né nel fallo né nella pietra; essi sono segni che trasmettono un messaggio di potenza. Secondo la mitologia, Hermes è per lappunto il messaggero di Zeus.

La libagione

Vi è ancora unaltra forma di collocazione dei segni: la libagione. La libagione, spargimento cerimoniale di liquidi, gioca un ruolo determinante in tutta la religione del Vicino Oriente e del Mediterraneo; si è perfino suggerito che la parola dio sia stata inventata per questo atto. Di solito la libagione è, senza discussione, intesa nel senso di offerta, un dono presentato ad una potenza divina o demonica. In questo modo di vedere sussistono però serie difficoltà. La libagione è piuttosto un modo particolare di offrire: si versa del vino sul terreno, ed esso si ferma lì: come possono gli dèi che sono in cielo riceverne un po?  Micenei e Greci cercarono di risolvere questo problema mettendo nella mano del dio un vaso per la libagione, o versando le libagioni nel fuoco, sullaltare; ma ciò in un secondo momento, come è evidente in particolare dalle testimonianze ittite (rilievo proveniente da Malata, ad Akurgal) ; e il dio greco con i vaso per la libagione in mano, come se stesse versando offerte a se stesso, costituisce un nuovo problema di interpretazione. Ci sono testi rituali ittiti con lunghe serie di libagioni: una volta per il focolare, una volta per i tetti, una volta per la finestra, una volta per il chiavistello della finestra, una volta accanto alla finestra, e così via. Non si fa affatto menzione di dèi o spiriti. Sono segnati e, per così dire, determinati i limiti cruciali del palazzo, in un rituale che allontani, per esempio, un temporale. Ci sono, inoltre, libagioni di olio, che comunemente non è una bevanda per esseri antropomorfi. Lolio in effetti è versato su pietre particolari; c’è la pietra di Nestore davanti al palazzo di Pilo, dove egli siede durante il sacrificio; c’è l’”omphalòs di Delfi, vicino allaltare; vi sono ai crocicchi pietre lucide di olio. Le pietre per libagione, huuasi, sono importanti nel rituale ittita. In alte civiltà le pietre sono unte con burro o grasso. Si potrebbe dire che la libagione di olio è una cerimonia di consacrazione, compiuta su pietre ritenute dèi dalluomo primitivo. Ma in Grecia gli dèi antropomorfi non sono consacrati con lunzione. I testi antichi sono ambigui: Giacobbe dorme di notte nel deserto dove fa il sogno della scala che arriva fino al cielo, con angeli che scendono e salgono, in  relazione  al quale al mattino erige una pietra, vi versa dellolio e dice: questa è la casa di Dio, Beth-el. Che Dio dimori nel cielo o nella pietra, o si identifichi con la pietra, Giacobbe non è affatto obbligato a decidere tra questi teologemi che si escludono uno con laltro; ciò che egli compie è collocare un segno, un monumento che deve diventare luogo di culto per sempre. E un dato di fatto che tracce dolio su una pietra restano visibili per lunghissimo tempo. In Grecia le libagioni sono comuni soprattutto nel culto dei morti; ciò può essere spiegato con lidea che i morti hanno sete, sebbene i Greci preferissero parlare di bagno. Ma non c’è una spiegazione chiara per le libagioni di olio presso le tombe, per le quali i lékythoi funerari offrono una rilevante testimonianza. Le libagioni tuttavia lasciano dei segni presso la tomba, e da questi segni la gente vede se una tomba è curata dai parenti o no. Il culto del sepolcro è un segnale che comunica il messaggio  che la famiglia del defunto è ancora viva e prospera.

Senza dubbio le cerimonie di libagione hanno avuto una  lunga evoluzione, addirittura da prima delletà del bronzo, e procedure differenti possono essersi fuse. Non si deve sottovalutare lelemento del donare ciò che non può essere ripreso; ma, daltra parte, non si può trascurare la funzione comunicativa di lasciare segni, fissando luoghi e confini, specialmente nel caso di olio versato su pietre. E se adottiamo la prospettiva della biologia, non possiamo trascurare che segnare un territorio versando liquidi è un comportamento rituale molto diffuso tra i mammiferi, specialmente predatori (il leone capo-branco diffonde i suoi ferormoni attraverso le urine su i punti perimetrali del suo territorio, sia per dimostrare alle leonesse la propria supremazia sia per far sentire ai leoni nomadi la sua presenza e quindi di tenerli lontani); a tutti noi è inoltre familiare il comportamento del cane presso la pietra. Mettere in relazione questo con la libagione sembra una facezia oltraggiosa _ che, per inciso, è presente nella letteratura antica  Una volta presa questa strada, tuttavia, si può scoprire che sotto il livello di civiltà molto sviluppate, perfino in usanze popolari del ventesimo secolo vi è un comportamento rituale nei confronti di confini o pietre liminari molto simile a quello del cane (Nel  Niederösterreich quando si erige una nuova pietra di confine, il proprietario vi deve orinare sopra.- Per i Russi che passano il confine tedesco nel 1945: Wir hatten vorther verabredet, auch welche Weise wir das Überschreiten der deutschen Grenze gebührend dokumentieren wollten.) . Se si appura che tale comportamento nei mammiferi è rivolto verso oggetti familiari e importanti, come pure verso oggetti nuovi, esso è spiegato come derivante da reazioni spontanee verso ciò che non si conosce  e avente la funzione di affermare la familiarità  dellanimale con il suo ambiente,  la somiglianza con le cerimonie di libagione,  da Hâttusa( capitale Ittita rinvenuta in Anatolia) a Delfi, appare molto più che superficiale. Diverse specie di mammiferi, infatti,  hanno sviluppato delle ghiandole speciali per secernere un odoro che lascia traccia; levoluzione culturale ha fornito agli uomini  degli strumenti per funzioni simili.

Un altro rituale meno imbarazzante è quello di portare  rami in processione. Esso è molto comune nella religione greca; ne abbiamo  notizie nella processione  delle mestai a Eleusi, e_specialmente in quella dei membri del thìasos bacchico _ il thyrsos è la sua forma stilizzata; ma lusanza era molto generalizzata nel culto, Spesso il fedele, avvicinandosi ad un altare o ad una statua di un dio, solleva un ramo, o un fascio di rami, mentre prega; (nella tradizione cristiana si mantenne luso di portare foglie di palma) così fanno gli stregoni; il veggente babilonese usava brandire un bastone di cedro durante il sacrificio. A questo punto è ovvia la funzione pratica  delluso di un ramo; si tratta di uno degli strumenti più semplici che aumentano la forza del braccio e il suo raggio dazione; lo si può usare per aggredire o,  per lo meno, per tener lontano altra gente, e così vediamo le menadi che usano il loro thyrsos contro i vogliosi satiri. Il romano flamen Dialis portava rami per tener lontana la gente mentre  si recava a sacrificare. Perciò portare un ramo è un segno generale ed evidente di  status e potere.

Miti e rituali

Mito significa narrare un racconto dal riferimento differito, costruito sulla base di un qualche modulo di azione fondamentalmente umano; il rituale è azione stereotipa ri-diretta a scopo dimostrativo. Entrambi perciò dipendono da programmi di azione, entrambi sono avulsi dalla realtà fattuale, entrambi hanno fini comunicativi; le figure del racconto sembrano prefigurate inuna serie di  imperativi, e limperativo è stato altresì definito la forma stabilizzante del rituale. Mito e rituale  possono costituire un alleanza  per un mutuo vantaggio, una simbiosi. Il difetto del rituale, in una società moderna, è lapparente nonsense dovuto alla ri-direzione dattività, lelemento come se; a questo punto un racconto può fornire un contesto plausibile e colmare gli spazi vuoti. Il difetto del racconto tradizionale è la sua  mancanza di solennità e stabilità; a questo proposito il rituale può fornire una base, poiché il carattere solenne del rituale è garantito dalla funzione di paura controllata per suo mezzo e la sua stabilità è assicurata anche da esplicite sanzioni. Per esempio: un racconto a proposito di una ragazza che si getta in mare, o che è rapita da un dio, può essere toccante, ma nulla di più; un antico sacrificio per immersione, a Lerna,  può contemporaneamente apparire impegnativo e privo di senso. E la loro combinazione, il mito che esprime, in altra forma, il rituale, che trasforma la ripetizione coercitiva in venerazione consapevole; è il caso di Leucotea, che si gettò in mare al colmo della disperazione e divenne dea marina, o di Persefone che fu portata attraverso la fonte Ciana, vicino a Siracusa,  presso il trono del regno degli Inferi, e di Amimone che fu corteggiata da Poseidone  e si dissolse in una fonte.     

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