PROGRAMMA
III edizione
“Bolzanoethnofestival”
“LE DANZE DI DIONISO”
26/27 giugno 2003 – piazza Walther -
bolzano
per la rassegna “Bolzano Estate”-Comune di
Bolzano
26
GIUGNO 2003
Tantauàje
(Napoli/Salento)
I SOLISTI DI MONTEMARANO
Montemarano (Avellino)
Marcello Colasurdo
con
Vincenzo Ciccarelli
27 GIUGNO 2003
CARLO
FAIELLO
&
Tammurriata
Remix
GIOVANNI
COFFARELLI
Somma Vesuviana (NA)
Direzione Artistica
Carlo
Faiello
Service
by
Blue Train’s
Recording Studio
Mira Porto ( Venezia)
La festa popolare soddisfa sia la
popolazione, entusiasta delle precedenti edizioni, che gli organizzatori,
incoraggiati anche da alcuni esponenti della cultura locale e dalla fiducia
accordata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Bolzano
dall’Assessore alla Cultura del Comune di Bolzano. La necessità di estraniarsi dallo stress della vita quotidiana e
da alcune forme depressive (nei casi più gravi, da reali stati patologici) è
sempre più pressante e urgente.
Il bisogno di reagire
positivamente, senza uso di medicinali, a questi stati d’animo è stimolato da
fatti o eventi e la danza popolare rappresenta la forma migliore per
liberarsi dalle tossine accumulate, e
soprattutto richiama il mito e il rituale.
Miti e rituali sono ancora molto presenti nell’ambiente montano.
Sulle nostre Alpi c’è un cumulo di pietre presso la sommità di quasi tutti i
monti, e chiunque scali la montagna si sente irresistibilmente tentato egli
stesso di ricostruirlo o ingrandirlo (come il bellissimo esempio denominato
“Stoanernmandl”(omini di pietra) nella
val Sarentina in Alto Adige.
Non solo il segno fallico appartiene a Hermes, ma
anche il cumulo di pietre; infatti, il nome “Hermes” è derivato da lì: hérma è
in particolar modo una pietra eretta, donde Hermàas o Hermàon. Secondo la
mitologia, Hermes è per l’appunto il messaggero di Zeus. Questa interrelazione
è ben spiegabile con la funzione di segnale sia del fallo che della pietra:
mettere una pietra sull’altra è una forma elementare di segnalare il passaggio.
Si tratta d’erezione di un monumento, che dice a chi passa che lì c’è un punto
fermo e che qualcun altro vi è stato prima.
Mito significa narrare un
racconto dal riferimento differito, costruito sulla base di un qualche modulo
di azione fondamentalmente umano; il rituale è azione stereotipa ri-diretta a
scopo dimostrativo. Entrambi perciò dipendono da programmi d’azione, entrambi
sono avulsi dalla realtà fattuale, entrambi hanno fini comunicativi; le figure
del racconto sembrano prefigurate in una serie di imperativi, e l’imperativo è stato altresì definito la forma
stabilizzante del rituale. Mito e rituale
possono costituire un’alleanza
per un mutuo vantaggio, una simbiosi. Il difetto del rituale, in una
società moderna, è l’apparente “nonsense” dovuto alla ri-direzione d’attività,
l’elemento “come se”; a questo punto un racconto può fornire un contesto
plausibile e colmare gli spazi vuoti. Il difetto del racconto tradizionale è la
sua mancanza di solennità e stabilità;
a questo proposito il rituale può fornire una base, poiché il carattere solenne
del rituale è garantito dalla funzione di paura controllata per suo mezzo e la
sua stabilità è assicurata anche da esplicite sanzioni. E’ la loro
combinazione, il mito che esprime, in altra forma, il rituale, che trasforma la
ripetizione coercitiva in venerazione consapevole; è il caso di Leucotea, che
si gettò in mare al colmo della disperazione e divenne dea marina, o di
Persefone che fu portata attraverso la fonte Ciana, vicino a Siracusa, presso il trono del regno degli Inferi, e di
Amimone che fu corteggiata da Poseidone
e si dissolse in una fonte.
Nel preambolo sono stati descritti i miti e i rituali, intimamente
collegati tra loro, e questa simbiosi è il vero collante tra lo studio di
fattibilità e la festa etnica “le Danze di Dioniso”; ma anche il mare,
l’elemento che li accomuna e che dà loro l’energia necessaria al compimento del
rito.
Lo scopo è quello di recuperare la
dimensione rituale nel nostro territorio, o meglio dimostrare che il rito non è
mai scomparso, anzi, è ancora molto presente nella vita quotidiana.
Il Maestro Faiello, nell’incontro, ha
ricordato alcune persone afflitte da sintomatologie psichiche, definiti appunto
“rituali”, le quali ripetono per molto tempo la medesima azione, in forma
rituale, per arrivare poi a compierne un'altra ( un “rituale” che si lava le
mani ossessivamente per molto tempo per
andare a pranzo, ecc.). Questo riporta indubbiamente al discorso precedente.
Alcuni oggetti come l’automobile equivalgono
per l’ “uomo di oggi” a un rituale, ugualmente
il gioco del calcio, o il gioco d’azzardo e tanti altri “totem” ancora.
L’intento del nostro progetto, invece,
riguarda la riappropriazione del mito e del suo rituale nella sua forma
naturale e originaria, in questo modo
l’appagamento delle emozioni e
il benessere mentale diventano i fattori principali dell’esistere.
Per creare una condizione rituale sono
necessari alcuni fattori importanti:
il mito, un racconto dal riferimento differito di una antica tradizione
popolare quale è la favola popolare, la musica popolare, tra cui la tammurriata e la pizzica;
la piazza come ambientazione del rito,
dove la gente arriva e partecipa attivamente;
il suono ripetitivo dei flauti, le
chitarre battenti e i tamburelli , con lo scopo di indurre a una condizione di trance naturale.
il
ritmo (il più ancestrale di questi fattori) scandisce l’ordine
naturale delle azioni legate
ai cicli lunari e stagionali e riporta
al movimento regolare e continuo del cuore.
il colore
considerato uno degli elementi fondamentali per la guarigione delle tarantate nel Salento,
è sicuramente uno dei fattori determinanti che contribuiscono al coinvolgimento emotivo in un
rituale.
Lo
scopo fondamentale è quello di
ri-direzionare la ritualità dal “luogo deputato” ad una
piazza di Bolzano (tenendo ben presente che l’appropriazione della festa
popolare da parte della gente locale, vista la loro indole, va vissuta
gradualmente) e di accompagnare il pubblico verso uno stato d’animo che non si
limita all’ascolto e alla danza, ma che cerca di andare oltre.
Il
rituale presente nelle feste carnevalesche a Montemarano, in provincia
d’Avellino (dove le ” paranze” girano per il paese suonando per
parecchie ore sempre la stessa melodia, appunto la “tarantella di Montemarano”)
sarà ri-direzionato nella festa in Piazza Walther a Bolzano denominata “Le
Danze di Dioniso”, riportando la “parte
possibile” del rituale cominciando a suonare prima del tramonto del sole.
A tal proposito si è pensato di disporre ai
lati longitudinali opposti di Piazza Walther una “paranza” di suonatori per
parte, che esegue contemporaneamente la stessa tarantella. Questa
tarantella dalla melodia ripetitiva, il cui ritmo somiglia a quello della pizzica,
è un brano fortemente ipnotico.
Questi due brani identici, eseguiti da due punti opposti,
creeranno uno strano effetto di riverbero “naturale”, e i loro suoni
avvolgeranno i lati opposti della piazza in modo singolare, favorendo così il
primo stadio di preparazione al rituale della festa popolare.
Questo ripetersi del ritmo e del suono conduce chi assiste ad uno stato di trance
collettiva, la cui misura è direttamente proporzionale alla sensibilità di chi
ascolta e alla condizione emotiva con cui la persona arriva al rituale
della festa popolare.
Alternativamente sul palco centrale si
comincerà a celebrare il mito, attraverso la musica e le parole, e ai piedi
dello stesso si “accenderà” la danza popolare, e non ci sarà limite nel lasciarsi
coinvolgere.
I tammurriatòri balleranno con il suono e il
ritmo incessante e ipnotico delle castagnette, tenute tra le dita. Questi
strumenti popolari di legno intarsiato sono addobbati da nastri colorati, che
svolazzano assecondando i movimenti della mano del tammurriatòre. Il movimento
fluttuante di questi nastri è anch’esso un simbolo del rituale, che rappresenta
sia l’intesa sessuale (lo sperma) che la ritrosia della donna nei confronti di
un ballerino non gradito.
Dal lato opposto al palco, quindi alle
spalle del pubblico, alcuni artisti del
Teatro PraTIKo di Merano daranno vita ad
una Performance di teatro-danza, in
una “ronda” molto grande al
centro della piazza, composta di suoni, di giochi di fuoco, di ritmo, di
colore, di teatro e di danza.
Alessandro
D’Alessandro